Heidi (il film)
E' un bel racconto, scritto con delicatezza e attenzione, dove ciascun attore è ben calato nella parte e trasmette la sua verità. Prima tra tutti Heidi, una bambina che recita con gli occhi e con un sorriso irresistibile, tanto spontanea quanto poco "hollywodiana", capace di trasmettere l'essenza stessa del personaggio senza mai cadere nella retorica e nel banale (questa ragazzina penso che farà altri film, ha talento). A seguire la recitazione maestrale di Bruno Ganz, il nonno, ruvido, vecchio e forte. Anche lui recita con gli occhi e con un solo sguardo riesce a esprimere con emozione il suo mondo interiore. La fotografia infine fa venire voglia di andare in montagna e correre a piedi scalzi come Heidi e Peter, fa sentire il profumo del formaggio scaldato al fuoco del camino e steso sul pane nero..
Se devo trovare un limite alla sceneggiatura è nell'essersi troppo dilungata sul racconto del soggiorno di Heidi a Francoforte (registicamente fatto benissimo: che claustrofobia quelle finestre impossibili da aprire), e troppo poco sulla vita di Heidi tra le montagne.
Di produzione Germanico - Svizzera il film è fedele alla trama originale, ma si sa distinguere con una personalità propria, definita, distinta e decisa: è un invito alla spontaneità, alla verità, al rispetto della effervescente e "selvatica" magia dell'infanzia, e in definitiva alla ricerca di se.
Come dice Fabrizio De André "essere se stessi è una virtù esclusiva dei bambini, dei matti e dei solitari."
The danish girl
All’inizio ci sono una marito e una moglie. Si divertono insieme, giocano insieme, si rispettano, si amano. Profondamente.
Alla fine ci sono due “persone” che ancora si rispettano, forse di più, che si conoscono, che si amano. Profondamente.
Questa pellicola è terapeutica a parere mio.
A differenza di tante storie dove la coppia si tradisce, non si rispetta, dove uno dei due componenti fa del male, fisico o psicologico, all’altro, dove manca la pazienza e la voglia di darsi del tempo per conoscere la persona che divide con noi le sue giornate e la sua vita, in questo film c’è tanto rispetto. Forse l’ambientazione della vicenda negli anni “20 ha aiutato, ma è proprio la storia tra due individui speciali che fa tutto il resto. Porta verità, pazienza, fiducia nell’amore e sì, anche nel matrimonio.
Premio Oscar meritatissimo alla moglie, donna sensuale, vitale, creativa e intensa. Capace di amare in modo vero, non edulcorato, non proiettato. Creativa al punto da saper fare un salto mentale lungo anni luce, capace di portarla al nostro secolo, di farle vedere la “persona” viva e vibrante che si nasconde dietro il volto e gli occhi (ah quegli occhi!) del marito.
E lui, già premio Oscar per “La teoria del tutto”, in una prova artistica e umana difficile da dimenticare. Il suo sguardo e il suo sorriso mi sono rimasti impressi negli occhi al punto che penso che non dimenticherò facilmente la femminilità, la dolcezza, la verità di Lili.
La sua storia, infine, è raccontata con una tonalità stilistica forse un po' troppo manieristica, eterea, ritrattistica, ma funzionale io credo a non rischiare il materialismo, considerato il tema trattato.
Da vedere.
Zootropolis
Andate a vedere Zootropolis: è energetico, originalissimo, divertente, e soprattutto intelligente. Un film per bambini non tutto mossette e vocine, ma anzi imitazione di un trhiller americano vero, con colpi di scena, scenari curatissimi, incantati, e animali in caricature azzeccate.
Io sono già pazza di Nick, la volpe, truffaldino ma con l'anima.
Revenant
Shakespeare rinasce in questo film potente, senza precedenti, che dipinge l'anima dell'uomo con i colori cupi di una vendetta, vista attraverso gli occhi di una Natura spettatrice selvaggia e arcaica.
Tutto riporta ai fondamentali, ogni cosa si staglia sullo sfondo di un inverno gelido e purificatore: i sentimenti non conoscono sfumature e ambivalenze. Il freddo, la lotta per la sopravvivenza non lo permettono. C’è la fame, c’è il dolore, c’è l’odio, c’è l’amore: è tutto chiaro, tutto riportato alla sua essenza originaria.
“L’uomo” si staglia in questo scenario di Natura primordiale e mostra la sua unicità: è animale, bestiale nei suoi istinti primari, ma anche capace di grandezza, di gesti di generosità straordinaria e di intelligenza che gli permette di sopravvivere in un contesto apparentemente senza speranza.
Grandissimo Di Caprio, finalmente uomo, padre, occhi limpidi come la neve capaci di esprimere la disperazione che nasce dal dolore e dal bisogno primitivo di sopravvivere. Certo è il desiderio di vendetta che lo sospinge verso la vita, ma i suoi gesti raccontano anche la forza vitale e inesauribile della Natura che lo vuole vivo.
E, shakesperianamente, la storia tutta in fondo ci racconta come non esistano buoni e cattivi, ma soltanto il Bene e il Male, e come l’uomo porti su di sé il fardello della responsabilità, unica, di fare la sua scelta.
Irrational man di Woody Allen: la banalità del Bene
In questo ultimo Woody Allen compaiono stereotipi, idee che ricorrono anche in altri suoi film di successo del passato: a partire da Crimini e Misfatti (capolavoro) Woody racconta l’intricato incastro esistenziale che esiste tra male e caso (o fortuna come dicevano i greci antichi).
L’originalità di “Irrational man” però è nei due livelli di pensiero che si generano vedendo il film: il primo livello è quello della rappresentazione “letterale” dei fatti. Forse quello meno interessante.
Il secondo livello (quello più interessante) è quello simbolico, quello che i fatti, gli accadimenti suggeriscono.
Non mi addentro nella trama che svelerebbe troppi dettagli: ma quello che penso è che Woody è grande nel farci riflettere sui “falsi simulacri” che attraggono irrimediabilmente gli innocenti e su come sia facile confondere il bene con il male. Il male di “Irrational man” è tutt’altro che banale, anzi, si incarna in una mente brillante di un professore universitario, un uomo intelligente e affascinante e nasconde le sue ombre cupe e “psicopatiche” dietro una facciata bohemienne fatta di depressioni, spleen e poesia.
Ma è “il Male”, quello con la M maiuscola: brilla di luce propria, è apparentemente più seducente del Bene, ma è in realtà una scorciatoia per l’inferno.
Woody Allen in definitiva ci racconta come sia più “banale” e prosaica una vita condotta nella moralità, ma anche molto più difficile e come in fondo la “banalità del bene” sia l’unica strada eticamente praticabile.
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